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I bambini ci guardano, ma noi sappiamo guardarli?

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di Patrizia Ceccarelli

Quelli che stiamo vivendo sono tempi nuovi, diversi.

Tempi che, più di sempre, richiamano noi adulti: genitori, insegnanti e altro, alla responsabilità nei confronti dei bambini che ci vengono affidati e che a noi si affidano.

Il periodo di isolamento appena trascorso ha portato, insieme alle difficoltà che tutti conosciamo, la possibilità per genitori e figli di passare più tempo insieme, di vivere momenti di vicinanza che dovrebbero aver favorito l’osservazione dei bambini da parte dei familiari.

E sappiamo bene che la capacità di osservare è una competenza fondamentale in   chiunque si trovi a svolgere un ruolo educativo: è importante sapersi mettere in disparte e guardare il bambino in modo intenzionale e mirato, non superficiale. Scopriremo allora che, attraverso il gioco di finzione e l’interazione comunicativa, egli agisce quelle che sono le sue paure e i suoi desideri. Ciò fornisce ad un occhio attento, informazioni preziose per comprendere l’individuo che si ha di fronte e comportarsi di conseguenza.

Ma il “tenersi in disparte” è capacità difficile da praticare per l’adulto e per il suo “ego” consolidato che reclama ascolto e soddisfazione, eppure è un atteggiamento indispensabile se vogliamo lasciare il bambino libero di esprimere ciò che è, senza imporgli, in modo più o meno consapevole, il modello di figlio o alunno “ideale” che ognuno di noi ha in testa. Dobbiamo essere consapevoli del delicato equilibrio che si genera tra imposizioni di modelli acquisiti nel tempo dall’adulto e il rispetto della libertà di ogni nuovo essere di diventare ciò che egli veramente è.

Si tratta allora di definire un perimetro di azione entro cui diventano di vitale importanza i tre capisaldi su cui impostare una sana relazione genitoriale:

Amore, Esempio, Ascolto.

Partirei dall’ultima parola, sorella gemella dell’“osservazione” che abbiamo appena considerato. Entrambe, osservazione e ascolto, presuppongono un atto intenzionale da parte dell’adulto e precise regole da seguire. Così suggerisce Thomas Gordon nel testo, divenuto un classico, “Genitori efficaci” in cui si indicano criteri e fasi di una modalità relazionale che lasci l’altro libero di esprimere emozioni autentiche.

La comunicazione proposta da Gordon si definisce  “non violenta” nel senso che spesso ognuno di noi tende a parlare non tanto per ascoltare le opinioni dell’interlocutore, ma per affermare se stesso sull’altro, per dimostrare di avere ragione. Nel rapporto educativo ciò porta spesso a ripetere il modello autoritario che molti adulti hanno respirato durante il proprio percorso educativo.

Il rischio è quello di trasformare il rapporto con il bambino in un rapporto di potere, in cui i comportamenti richiesti vengono obbediti, ma non veramente integrati in una personale visione della vita.

L’invito è perciò quello di mettere in atto un “ascolto attivo”, volto non all’imposizione di giudizi esterni, ma allempatia con l’interlocutore. E, in questo caso l’abilità da potenziare attiene più al silenzio che alla parola. Si tratta di mettere a tacere il tumulto di richieste, aspettative, sensi di colpa che si agitano nella nostra mente di genitori e provare a fare silenzio.

Un silenzio denso di accoglienza, accettazione e gioiosa sorpresa di fronte al manifestarsi dell’autenticità del bambino che, in questo modo, più facilmente scoprirà la propria vera natura e riuscirà a portarla nel mondo.

Ciò presuppone un altro cardine imprescindibile dell’atto educativo, da parte di chi, in ogni forma o misura, ha influenza sulla crescita emotiva del bambino, ed è il rispetto autentico del suo modo di essere.

Mi riferisco a un atteggiamento reale che si concretizza, per esempio, nel prestare grande attenzione al linguaggio che si usa con il bambino, agli aggettivi con cui si definiscono le sue caratteristiche personali.

Sappiamo da Watzlawick che “la profezia si autodetermina” e che esiste un effetto Pigmalione o Rosenthal in funzione del quale «il bambino realizza ciò che tu ti aspetti da lui», per cui se è vero che ognuno di noi tende ad adattarsi e a fare sua l’opinione di sé che gli altri gli trasmettono, è rischioso ripetere a un bambino che è pigro e svogliato, perché ciò tenderà a rafforzare in lui quella caratteristica.

Quanto detto finora non deve tuttavia far pensare a un rapporto con il bambino studiato a tavolino, del tutto privo di spontaneità né alludere a un’educazione permissiva, in cui gli adulti diventino sudditi di un bambino-despota; deve anzi porre le basi per un rapporto in cui l’autorevolezza del genitore sia ben salda, in quanto basata sul riconoscimento, da parte del ragazzo, che l’adulto con cui si sta rapportando è degno di stima e di fiducia.

Venendo infine alla parola esempio, non diciamo niente di nuovo se, già più di 2000 anni fa, Seneca sottolineava l’importanza per i giovani di ricevere la guida di un “exemplar”, un maestro da cui appunto prendere esempio per realizzare il proprio percorso di crescita personale. Aggiungiamo che oggi gli studi di neuroscienze, condotti negli anni novanta dal gruppo di Giacomo Rizzolatti, dimostrando l’esistenza dei neuroni-specchio, hanno confermato che il comportamento di un individuo suscita la stessa reazione emotiva in chi lo osserva. Abbiamo così un’ulteriore prova del fatto che i processi di imitazione sono alla base di ogni apprendimento e divengono tanto più efficaci, nella misura in cui si sviluppano all’interno di un legame interpersonale affettivamente significativo e ricco di carica emotiva.

Dunque siamo soprattutto noi adulti che fondiamo la scala di valori entro cui i ragazzi orienteranno la propria vita e resterà sempre valido l’invito a compiere scelte volte all’”essere” anziché all’ “avere”; a riempire di senso e concretezza parole come gentilezza, empatia, tolleranza; a seguire modelli di onestà, altruismo e coraggio; a considerarci ospiti del pianeta in cui viviamo e ad averne cura; ad acquisire una mente flessibile e aperta a scenari in rapidissima evoluzione.

Ma, considerando l’attuale momento storico, dovremo impegnarci soprattutto per fornire ai ragazzi un esempio di resilienza, di forza d’animo, di maturità emotiva nell’affrontare difficoltà, malattie, incertezze, paure rimanendo consapevoli della bellezza della vita e lasciando spazio alla speranza nel futuro e alla fiducia nelle azioni che ognuno di noi può compiere per renderlo migliore.

Tornando infine alla domanda posta nel titolo, rispondo che sapremo realmente “vedere” i bambini solo partendo da noi stessi, affinando lo sguardo e scorgendo in loro non un problema da risolvere o un campo di prova delle nostre abilità, ma un terreno fertile che chiede la nostra cura affinché il seme che porta in sé, il “daimon” di cui parla James Hillman, possa svilupparsi e fiorire nella sua irripetibile unicità.

 

 

 

 

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