Dai, leggiamo!

Marco Moschini racconta “I rapatori di teste”

Un bambino “diverso” e il coraggio dell’amicizia

Molti bambini mi hanno sempre chiesto perché mio figlio Francesco (che ha la Sindrome di Down e che quando ho scritto questo libro aveva sette anni) non ha i capelli. In realtà i medici hanno ipotizzato che potrebbero essergli caduti per lo stress subìto a causa dell’operazione al cuore a cui si è dovuto sottoporre nel primo anno di vita, ma io ho voluto dare una mia versione dei fatti, assolutamente “infedele” e lieve, che potesse aiutare a cogliere, nella diversità, momenti di divertimento e di riscatto.

All’inizio ho riportato questa frase: “Erbacce sono quelle piantine di cui non sono stati ancora scoperti i pregi

perché per apprezzare bisogna prima conoscere, ed è nel rapporto con gli altri, e con i “diversi” da noi, che costruiamo la nostra identità e possiamo capire meglio noi stessi. E’ un “romanzo” un po’ surreale, che si avvicina alla fiaba per la capacità che le fiabe hanno di mescolare il dolore con la leggerezza e la speranza, la crudeltà con il gioco.

Fiabe, storie e racconti sono dei “mediatori” che, nella loro compiutezza, “riconducono a senso” le nostre esperienze. Cioè, per dirla con Giusi Quarenghi, ci aiutano a metabolizzarle, mediando tra noi e le nostre ansie, restituendoci familiarità con noi stessi e offrendoci specularità (perché è negli altri, e nelle vicende vissute dagli altri, che noi ci rispecchiamo e ci riconosciamo). E se si riesce a “dare un senso” a tutto quello che succede, non c’è esperienza buona o cattiva ma tutto ci permette di crescere. Infatti, non è tanto quello che ci capita che definisce la nostra vita quanto la relazione che riusciamo a stabilire con quello che ci capita. A dirla con Fromm: “La felicità non dipende da ciò che ci accade, ma da come noi reagiamo davanti a ciò che ci accade”. Ora ammettiamo che quello che ci accade sia la nascita di un bambino “diverso”; è un fatto che può sconvolgere la vita, si rischia di non trovare più il senso dell’equilibrio.  Ma per fortuna i libri aiutano non solo chi li legge ma anche chi li scrive, e allora può anche nascere un libro come “I rapatori di teste”, non come dimostrazione di un equilibrio raggiunto (perché un equilibrio, anche se lo si raggiunge, è sempre da rinegoziare con gli anni) ma come testimonianza degli sforzi necessari per raggiungerlo. Il libro è destinato a bambini a partire dagli otto anni.  Narra di erbe straordinarie, di pipì fosforescenti e feroci rapatori di teste, ma anche di un bambino “diverso” e del suo coraggioso compagno di banco. Sopravvissuti a maestri trasparenti e a supplenti scatenate sventano, grazie all’amicizia che li lega, il piano diabolico con il quale una banda di spietati mercanti di parrucche vorrebbe far cadere i capelli a piccoli e grandi.

Ma perché si sente il bisogno, direi quasi “l’urgenza”, di raccontare di sé? Perché talvolta le emozioni possono essere insostenibili, e allora c’è bisogno di tradurle in parole per farle uscire da noi e sentirci più sollevati (“se l’emozione non trova il veicolo della parola ricorre al gesto inconsulto”, Umberto Galimberti). “Qualunque dolore può essere sopportato se si traduce in una storia. La narrazione è un processo che permette di trasformare in immagini il non dicibile, inserendolo in un contesto che lo renda meno minaccioso” (Antonino Ferro, psicanalista).

Scrivere di noi ci permette anche di instaurare con la nostra quotidianità un rapporto di non dipendenza e di non passività. Scrivere lenisce, guarisce; ma più che una reazione di difesa è una reazione di attacco: scrivere del proprio dolore è sempre una vittoria sul dolore, perché la scrittura cerca di circoscriverlo oggettivandolo: una forma di “presa di distanza” per non venirne inglobati; una forma di resistenza psichica. Non si scrive per sbattere in faccia agli altri le proprie lacrime. Quando si scrive – sostiene Michela Marzano – è perché ci si è messo tanto tempo (talvolta anni) prima di trovare finalmente quelle parole. E allora si cerca solo di condividerle per trasformare il proprio dolore in un atto militante, visto che scrivere di sé e delle proprie esperienze è anche un’azione politica, un modo di mostrare che il “privato” è, in fondo, sempre pubblico. Non ci si vuole “mettere in scena”, ma si vuole nominare quell’evento che ci ha “attraversato” (in certi casi “trafitto”) lasciando tante persone senza parole e che ha invece proprio bisogno delle parole per “dirsi”, affinché si possa piano piano imparare ad accettare la propria fragilità e le proprie ferite.

Marco Moschini

Marco Moschini scrive per divertire i bambini, anche quelli dei Paesi lontani. Infatti una sua fiaba è arrivata perfino in Russia. Per lui le parole sono giocattoli magici: a forza di rimbalzare e rotolare nella mente, possono realizzare i sogni.

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