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Tre buoni motivi per filosofare fin da piccoli!

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La filosofia ha un valore formativo indiscusso per la qualità dei suoi contenuti, per l’impianto logico-argomentativo che la sostiene, per l’utilizzo di un linguaggio rigoroso. Il suo essere disciplina di frontiera tra l’ambito umanistico e quello scientifico costituisce inoltre un valore aggiunto rispetto ad altre materie dalla fisionomia più netta, come la matematica, la lingua straniera, ecc.

Per queste fondamentali ragioni il suo insegnamento è considerato un asset imprescindibile nel curriculum scolastico dei giovani di oggi per la formazione degli adulti di domani.

Nella tradizione italiana la filosofia viene proposta con una impostazione di tipo storicistico. Ciò comporta difficoltà di ordine lessicale, contenutistico e interpretativo che la rendono rispondente alle esigenze educative dello studente liceale, ma improponibile ai bambini se non rischiandone una banalizzazione poco significativa. In che modo potrebbe contribuire a sviluppare la capacità di riflessione di un bambino proporgli la dottrina delle idee di Platone o il panlogismo hegeliano?

A questo punto occorrono due precisazioni.

  1. Introdurre la filosofia in classi della scuola primaria non comporta l’ampliamento del curricolo scolastico con una nuova disciplina da studiare. Si tratta invece di creare uno spazio che, senza fratture e in continuità con l’attività ordinaria, consenta di realizzare un’esperienza, quella del “fare” filosofia, grazie alla quale alimentare la capacità interrogante già innata nel bambino e un dialogo circolare nel gruppo-classe.
  2. Ne consegue che l’approccio non deve essere di tipo storicistico. L’obiettivo non è insegnare al bambino le idee di Platone o Aristotele, ma avviarlo al gusto della domanda filosofica, incuriosendolo nei confronti delle questioni affrontate dai grandi filosofi, ma che accompagnano anche ciascuno di noi: chi sono io? Perché esisto? Qual è il mio ruolo nel mondo? Ciò che mi circonda è un tutto ordinato o caotico?

L’intento è quello indicato dal filosofo statunitense Thomas Nagel: andare oltre il senso di ovvietà, mettendo “in questione idee anche comuni, che tutti noi impieghiamo ogni giorno, senza pensarci sopra” (da T.Nagel, Una brevissima introduzione alla filosofia, p. 6), imparando a non dare mai nulla per scontato, conoscerne il significato profondo e le implicazioni. Si tratta, dunque, di sostenere nei bambini quella spontanea propensione alla meraviglia di fronte al mondo che, a giudizio di Aristotele, costituisce l’originario atteggiamento filosofico: “Gli uomini hanno cominciato a filosofare, ora come in origine, a causa della meraviglia.“(Aristotele, Metafisica, I, 2, 982b, p.11)

PERCHÉ FILOSOFARE GIÀ A PARTIRE DALLA SCUOLA PRIMARIA?

Ecco tre buoni ragioni:

  1. La naturale propensione a chiedere il perché
    Per il bambino il mondo è come un laboratorio con tanti oggetti nuovi da scoprire, esperienze da compiere, luoghi da esplorare. Tutto ciò che accade stimola la sua naturale curiosità, che lo invita a chiedersi: “Perché?
    Se la propensione alla domanda risulta innata, a che cosa potrebbe servire introdurre un corso di filosofia per bambini? Se è vero che tale inclinazione è presente assai precocemente, è altrettanto vero che nel tempo tende ad affievolirsi e si perde gradualmente.
    Spesso sono gli stessi adulti a frenare la curiosità dei bambini, semplificando le situazioni e offrendo risposte immediate, tendenzialmente perentorie, che chiudono la discussione sul nascere. Anche nelle aule scolastiche si predilige la modalità trasmissiva, l’esposizione lineare di verità assodate, anziché stimolare il giovane studente a formulare ipotesi e idee non scontate.
    Impostare quindi un percorso di filosofia con i bambini accende l’interesse per la ricerca di risposte che si approssimino alla verità, mettendo a frutto il loro entusiasmo verso la scoperta.

  2. Il dialogo come metodo per fare filosofia
    Fare filosofia con i bambini non si limita a suscitare in loro domande su una determinata questione o su un tema, ma è anche un invito a una riflessione che si sviluppi attraverso il confronto.
    La filosofia offre il metodo dialogico quale strumento efficace per la costruzione di un confronto fecondo tra punti di vista diversi. Le soluzioni possono essere tante, proprio come le tessere di un puzzle che potrebbero incastrarsi in modo diverso, creando ogni volta scenari differenti, aprire prospettive insolite, mai immaginate.
    Da qui l’importanza di trasformare la classe in una comunità dialogante, una comunità di ricerca: un gruppo di bambini (meglio se di età affine) che si dispongano in cerchio in atteggiamento favorevole a esprimere le proprie riflessioni sull’argomento, ma anche ad ascoltare quelle altrui.
    Il dialogo comporta l’ascolto reciproco: quando si dialoga, prima di tutto si ascolta e poi ognuno dice la sua, così entrano in relazione tra loro tante idee, ciascuna delle quali, da sola, potrebbe essere insignificante, ma insieme alle altre acquista valore. Assumere fin dalla Scuola Primaria una prospettiva dialogica come habitus nell’affrontare una qualsiasi questione è un’esperienza formativa fondamentale per predisporre la disponibilità all’ascolto attivo.
    Né vinti, né vincitori: molti di noi desiderano arrivare primi nelle competizioni, amano vincere o per lo meno immaginano tale esito in grado di condurre alla felicità. Questo atteggiamento è presente anche nei bambini, che nella realtà attuale spesso non giocano più insieme se non in una dimensione virtuale. Più sono soliti giocare da soli, più fanno fatica ad accettare di arrivare secondi, quando si trovano a gareggiare con altri. La prospettiva dialogica, il metodo socratico, che va alla continua e instancabile ricerca di risposte al “che cosa è?”, si fonda sulla convinzione che non la contesa rappresenti la via da percorrere, ma il confronto tra pari. Inoltre, si presuppone che la verità non sia già data in forma assoluta e univoca. Ognuno contribuisce alla costruzione di una verità che risulta tanto più convincente quanto più risponde agli interrogativi e ai dubbi iniziali di tutti e quanto più è condivisa all’interno della comunità di ricerca. In questo scenario non ci sono né vinti né vincitori, tutti sono ugualmente costruttori e partecipano alla realizzazione del risultato finale rispetto al quale l’adulto svolge il ruolo di moderatore, facilitatore non direttivo. Non competizione, dunque, ma collaborazione.

  3. Una buona dose d’immaginazione
    Un’altra arma al servizio dei più piccoli sicuramente è la loro infinita immaginazione.
    Nel raccontare una favola a un bambino non ci si pone il problema della plausibilità o meno del contesto e della stessa narrazione: se è freddo e la protagonista è vestita in modo leggero o se un elefante possa veramente uscire fuori da una nuvola. Tutto è possibile nella prospettiva del racconto fantastico e ciò che conta è capire il senso della storia.
    Quest’accoglienza totale della categoria della “possibilità” – sempre più limitata a mano a mano che si cresce – è la prospettiva ideale per stimolare alla ricerca. Nessuna via è preclusa, anche se sembra apparentemente inverosimile, purché aiuti a risolvere il puzzle.
    Ciò non vale solo per le favole. La categoria della possibilità è ciò che muove al pensiero astratto, ciò che invita a disincagliarsi dal senso comune e a sperimentare vie nuove. Secondo Einstein, “L’immaginazione è più importante della conoscenza. La conoscenza è limitata, l’immaginazione abbraccia il mondo, stimolando il progresso, facendo nascere l’evoluzione” (Albert Einstein, Intervista di George Sylvester Viereck in The Saturday Evening Post, 26October 1929) e secondo Popper intuito e immaginazione sono ingredienti fondamentali del pensiero anche di tipo scientifico (Karl Popper, Logica della ricerca e società aperta, Antologia a cura di Dario Antiseri, Brescia, La Scuola, 1989).
    La filosofia, contrariamente a quanto comunemente si possa pensare, non è solo pensiero astratto, collezione di concetti logicamente collegati tra loro, ma è anche creatività, capacità di immaginare mondi possibili. Esiste, dunque, un’affinità di fondo tra l’approccio filosofico e l’apertura a un possibile immaginato propria dei bambini.

Come proporre ai bambini una storia a tenore filosofico in modo spontaneo e senza forzature? Una cornice che faccia da filo conduttore tra le storie e che crei aspettativa tra i bambini potrebbe costituire un fattore di ulteriore coinvolgimento?

Tra i vari generi letterari, che stimolano la curiosità, il gusto per la scoperta e per la soluzione di rompicapi, il giallo, ovviamente declinato secondo ambientazioni e personaggi vicini al contesto dei più piccoli, è senz’altro uno dei più attrattivi.Tutto questo, e non solo, si propone Alla scoperta dei perché attraverso una serie di “avventure fanta-filosofiche” che un gruppo di ragazzini, una compagnia di amici, comunità di ricerca in fieri, vivono grazie all’incontro con un personaggio molto particolare. Il testo, al fine di sostenere il compito dell’insegnante, senza precludere alcuna possibilità, offre come ulteriori supporti:

  • un fascicolo che, con linguaggio semplice, ma non banalizzante, adatto ai bambini articola i diversi aspetti delle tematiche affrontate;
  • una serie di schede didattiche in formato digitale che guidano, in fase iniziale, la discussione, per stimolare il dialogo e la prospettiva di ricerca in un’equilibrata attivazione della fantasia e del pensiero riflesso.

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Francesca Barigelli, Grazia Gugliormella

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