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#DAILEGGIAMOICLASSICI: Peter Pan

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Il bambino che non può crescere.

Forse tutto comincia con una famiglia, i Darling. Sono giovani e poveri, desiderano dei bambini, ma sanno che, per allevarli come si deve, bisogna avere dei mezzi. Nonostante i soldi siano contati al centesimo, nascono prima Wendy, poi Gianni e infine Michele. I genitori sono alle prese con calcoli e preoccupazioni: bisogna mettere in conto i vestiti, il cibo, le spese mediche e assumere una bambinaia. Forse quest’ultima non servirebbe, la signora Darling è una mamma bravissima e affettuosa, ma la famigliola non può sfigurare con i vicini. Ecco, perciò, un colpo di fortuna: un tesoro di tata capace di accudire i bambini con estrema attenzione, di sorvegliarli e di educarli. E costa poco, perché Nana è una cagna di Terranova con la cuccia nella camera dei piccoli. Questo piccolo tocco surreale precede l’irruzione fantastica di tutto il resto.

Ogni notte, la signora Darling riordina le menti dei figli dopo che si sono addormentati, un’occupazione comune a tutte le buone madri. Nella mente dei suoi bambini ogni tanto la mamma trova delle cose incomprensibili. La più inquietante è la parola Peter.

Di chi si tratta? Di una creatura stravagante, che di notte entra dalle finestre e si siede ai piedi di un letto a suonare il flauto; di un ragazzino vestito di foglie secche e di linfa accompagnato da una strana luce saltellante, una fata di nome Trilly, capricciosa e gelosissima di Peter Pan.

Forse tutto comincia con l’ombra perduta di Peter Pan o con il confinamento della povera Nana in cortile da parte del signor Darling. Fatto sta, che Wendy, Gianni e Michele si ritrovano nell’Isola Che Non C’è.

E se invece tutto fosse cominciato con l’abbandono di Peter da parte di sua madre? Con quella finestra sbarrata per impedire al figlio di ritornare, dopo il volo notturno, dall’isola sognata alla sua cameretta? Sono innumerevoli i temi e i simboli dispiegati nel racconto, ma il cuore della storia sta nella figura materna, fondamento della crescita amorevole, impedimento a una crescita autentica quando viene meno. Peter Pan è un eterno bambino, i suoi sentimenti sono impulsivi, volatili, la sua vita si svolge nel mondo dei sogni a occhi aperti, percettibile solo ai bambini, intuibile dalle madri. Egli è stato abbandonato perciò non può diventare grande: la sua personalità non evolve. Abita in un’isola inesistente, un limbo dove le immagini sognate assumono una parvenza concreta, dove ci sono altri bambini abbandonati come lui.

Wendy, catapultata nel mondo di Peter, assume il ruolo materno e, come una mamma dal ruolo definito, cucina, lava, cuce, mette a letto i bambini, li protegge. Perfino i nemici di Peter, i pirati capeggiati da Capitan Uncino, desiderano una madre e vorrebbero che la bambina si occupasse di loro.

Si può perciò affermare che la storia di Peter Pan racchiuda la nostalgia materna, il desiderio di restare piccoli per essere amati senza condizioni, coccolati, abbracciati e il timore di perdere tutto ciò.

L’Isola Che Non C’è è un luogo dell’anima, un posto pericoloso, insidioso, ma la casa sotterranea dei bambini abbandonati è quasi inviolabile. Ognuno di loro ha una propria porta nel tronco di un albero che permette di accedervi, una porta fatta su misura. Dentro, la casa è perfetta, una tana costruita e arredata secondo l’immaginazione di un bambino che ha ancora la capacità di volare. è infatti il volo magico, strano ed estenuante, che conduce i tre fratellini nell’isola. Lì ci vuole poco per dimenticare quasi del tutto la casa vera, i genitori, le consuetudini del reale. Il ritorno alla normalità, al mondo di sempre, significa la perdita della capacità di volare. Del resto, non si definiscono “voli dell’immaginazione” le fantasie di cui siamo capaci da piccoli e che solo i narratori e i poeti sanno mantenere da adulti?

Peter Pan è uno smemorato incapace di sentimenti duraturi; trascorre la sua non-vita in un gioco perenne, ma piange a dirotto quando fa certi sogni. Solo una mamma potrebbe consolarlo. La sua isola è popolata di fate, sirene, pirati, animali, questi ultimi le creature più vicine al mondo infantile, fra cui (geniale trovata!) c’è un enorme coccodrillo che perseguita Capitan Uncino per mangiarselo. Il coccodrillo ha inghiottito una sveglia il cui “tic tac” mette in guardia il pirata. Quale invenzione potrebbe essere più divertente e appassionante per un bambino? L’autore è maestro nel giostrarsi fra dramma, tragedia, umorismo e poesia, trascurando volutamente il verosimile e proiettando le lettrici e i lettori in un quadro animato, meraviglioso come un dipinto di Chagall. Tutte le condizioni per il successo di un’opera letteraria per l’infanzia sono rispettate: l’avventura, la magia, il mistero, la paura, il minuscolo, il gigantesco. Soprattutto, o meglio attraverso tutto, si rivela l’indispensabile funzione materna, la figura di chi accoglie, aiuta, perdona, accudisce, consola per cui, piano piano e inesorabilmente, si diventa grandi. Figura che, ai nostri giorni, non compete necessariamente a una donna casalinga che si arrabatta per far quadrare i conti, ma riguarda qualsiasi persona sia capace di far crescere con amore un bambino senza tuttavia impedirgli di volare. Del resto, mentre la signora Darling è una madre convenzionale (anche se non troppo), Wendy è una bambina che gioca a fare la mamma e la cagna Nana è un alter ego materno e della madre ha la sensibilità nonostante sia un animale.

Si diventa grandi giostrandosi tra il bisogno di protezione, di essere guidati, e l’impulso di indipendenza e di distacco. Si è adulti quando, da protetti, si diventa protettori; quando si perdono definitivamente le ali. Un processo lento, graduale, di delicato equilibrio, che non sempre si conclude in modo felice: sono molti i Peter Pan perduti nell’Isola Che Non C’è. Erroneamente si ritiene che Peter non voglia crescere. In realtà, lo ripetiamo, non può farlo perché è un bambino rifiutato. Mentre gli orfani nella letteratura per l’infanzia ritrovano quasi sempre la famiglia di origine o ne acquisiscono una nuova, Peter sbatte di continuo contro quella finestra chiusa che insinua: “per te non c’è posto”. Allora diviene per lui necessario costruirsi un luogo ideale dove rifugiarsi, un mondo a misura di bambino che lo accoglie e lo imprigiona. A tutti è concesso il ritorno, meno che a Peter Pan.

a cura di Paola Valente

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