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Isabella Christina Felline: giocoliera di parole

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Intervista all’autrice di “Tutto d’un fiato”.

Riesci a raccontare in tre righe le cose più interessanti su di te?

Sono una scrittrice italosvizzera e guardo i libri al microscopio. Scrivo soprattutto rime, ma all’impegnativa definizione di poeta preferisco quella di giocoliera di parole. Dopo aver vissuto in tanti posti ho deciso di stabilirmi sull’orlo di un vulcano che non va a fuoco ma ad acqua. Nel tempo libero curo piedibus e un ortogiardino.

Quando hai deciso che volevi fare la scrittrice?

Da bambina, ma segretamente: avevo una sorta di pudore. Che in parte ancora proteggo. Avevo trovato in un cantiere di fronte casa in Salento un pezzo di carparo, una pietra tagliata in modo strano: gli altri ci vedevano un mattone, io una macchina da scrivere: l’ho portato in cameretta. Poi la macchina da scrivere l’ho avuta per davvero, in omaggio con l’acquisto di una di quelle enciclopedie vendute porta a porta negli anni ’80. Nel frattempo, avevo riempito una marea di quaderni.


Ci sono state persone che ti hanno spinta verso questa attività?

La mia maestra delle Elementari, in Italia, dopo il liceo classico mi ha consigliato studi umanistici: da piccola mi aveva sorpresa a scrivere rime in italiano anche se fino a pochi mesi prima parlavo solo tedesco. Mi ha fatto pubblicare sul giornalino della scuola. Mi piaceva giocare con le parole, mischiare le lingue, assaporare i suoni, abbinarli, cercare le rime, come fanno molti bambine e bambini; e molti adulti che hanno un cantuccio bambino. Ho studiato beni culturali librari, poi pedagogia della lettura, ho lavorato in alcune biblioteche in giro per l’Italia, concentrandomi su quelle per ragazzi: ho seguito il letto del fiume dei libri per bambini, per il loro immenso fascino e la potenza dei linguaggi anche nell’ambito della vita degli adulti.

Cosa hai provato quando è stato pubblicato il tuo primo libro?

Il mio primo libro pubblicato è stato in realtà uno studio bibliologico su un’antica collezione di libri in tedesco, un approfondimento della mia tesi di laurea: una gran bella emozione entrare in una collana di studiosi di libri. Ma la vera prova che la magia esiste sarebbe arrivata anni dopo, nell’ambito di un festival di libri per bambini, al quale collaboravo: il mio primo editore mi ha consegnato la prima copia del mio primo albo illustrato, “Animali di versi”. Mi sono seduta nell’ultima fila di poltrone di una sontuosa sala consiliare ed ho iniziato ad annusare ed abbracciare il libro, ridendo da sola. Come quando ti innamori, hai la faccia inebetita e intorno a te non esiste più nulla.

Dove trovi ispirazione per partire con l’atto creativo?

L’ispirazione è una delle questioni più affascinanti e misteriose dell’atto creativo. Perciò mi premuro di avere sempre con me un taccuino o una buona memoria nel telefono, quando esco di casa per un qualsiasi motivo: non si sa mai. Sono abbastanza allenata da fare un fischio per richiamarla a comando, quando mi serve, ma quasi sempre l’ispirazione genuina si fa viva nei luoghi e nei momenti più impensati e a volte meno opportuni: se ne sta subdolamente acquattata e salta all’improvviso come un gatto su una bistecca incustodita. La natura, mi ispira molto, spesso anche solo il mio piccolo ortogiardino: a volte ho l’impressione che lì ci sia, in piccolo, ogni legge che governa il mondo, ogni suggerimento al vivere, basta solo osservare.

Scrivi il titolo del tuo libro preferito quando eri piccola e oggi.

“Der Bär Casimiro”, “L’orso Casimiro”, un albo in tedesco ambientato nel bosco: mi era molto caro, per via dell’eccitante ambiguità del bosco, letto e riletto, come accade spesso, fino a reggersi col nastro adesivo, tutto spaginato nel tempo e infine senza costola. Oggi sono una bibliopoligama, i miei libri preferiti sono tanti e li amo tutti, ma tra questi mi piace ricordare “Piccolo blu e piccolo giallo”: la genialità sta nella sua essenza, è perfezione universale e trasversale, per ogni tempo, per ogni spazio, per ogni contatto. Anche se credo che i nostri libri preferiti diventino tali a seconda del contesto in cui li incontriamo. E questa è un’altra funzione interessante dei libri: si rendono ogni volta unici per ognuno.

Qual è la cosa più bella e quella più brutta del lavoro di scrittrice?

La cosa più bella per me sono gli incontri con le bambine e i bambini e le persone in genere: non avrebbe senso starmene tappata nel mio studio a scrivere per loro senza incontrarli. Quando ci troviamo scatta un’interazione ed un’energia reciproca pazzesca, che peraltro spesso alimenta ulteriori reciproche idee. Comprendo e riscopro tanto, ogni volta, da ognuno di loro. La cosa più brutta di questo lavoro è che, come spesso accade per le arti, in alcuni ambiti non ha ancora un pieno riconoscimento professionale, mi dispiace sempre quando qualcuno ti chiede una collaborazione gratuita, come se quello che fai fosse un hobby: una volta a una preside musicista che mi ha invitata a tenere degli incontri, ma chiarendo di non avere soldi, ho risposto che avrei accettato volentieri anche un baratto con le sue lezioni di musica per i miei figli. Attualmente sto studiando il modo di pagare le bollette in versi: se esiste il “metaverso”, forse possiamo lavorare per il “versoverso”, una realtà dove un litro di latte costa quattro endecasillabi, una bolletta la paghi con un paio di haiku, per la riparazione della stampante te la cavi con un racconto e con un romanzo puoi persino ottenere un mutuo.

Tutto d’un fiato: poesie per bambine e bambini, che fanno bene anche agli adulti!

Qual è l’idea fondante del libro “Tutto d’un fiato”?

L’idea fondante di “Tutto d’un fiato” è verbalizzare le emozioni! Di emozioni si parla tanto, si scrive tanto (solo per bambini esistono 400 titoli di libri), genitori, insegnanti, educatori, bambine e bambini stessi hanno fame di questo tema, perché l’educazione emotiva è diventata necessaria e in alcuni casi un’emergenza. Non è semplice riconoscere alcune emozioni, perciò abbiamo pensato di poterlo fare in modo atavico e scherzoso, giocando coi suoni e le onomatopee, sgravandolo dal peso del comportamentale. Sonia Maria Luce Possentini lo ha impreziosito con lo stile unico delle sue illustrazioni. La redazione di Lorenzo Augelli ha impeccabilmente limato e lucidato gli endecasillabi. Patrizia Ceccarelli, che dirige la collana dei Palloncini per il Gruppo Editoriale Raffaello, è stata un prezioso faro d’orientamento. Abbiamo scelto 15 emozioni, tra primarie e secondarie, ho immaginato di provarle e vissuto realmente ciò che ho scritto, in modo trasversale e con più livelli di lettura, per realizzare un cantuccio in cui ritrovarsi indipendentemente dall’età. E così ne è venuto fuori un libro di rime per bambine e bambini, che fanno bene anche agli adulti.

Quanto è importante per te il suono nella scelta delle parole?

Tantissimo! Il suono delle parole è una calamita per l’ascolto e la comprensione. Altrimenti si rischia il bla bla, un sottofondo di rumore. Le parole giuste invece armonizzano senso e suono, diventano ritmo, a volte musica. Posso trascorrere molto tempo ad analizzare sinonimi, prima di trovare la parola giusta, quando scrivo un testo. E la scrittura, a differenza del parlato, ci dà il vantaggio del ripensamento, della lima, della lucidatura.

Cosa puoi dirci a proposito dell’importanza del ritmo e della musicalità nei testi per bambine e bambini?

Le bambine e i bambini sono molto attenti alle parole sonanti, aspettano, cercano, indovinano il suono che sta per arrivare dopo un verso. E questo realizza in loro un bell’appagamento, che diventa attenzione e poi ascolto. E tutti sappiamo quanto sia fondamentale educarci all’ascolto. Le rime sono una palestra per allenare l’ascolto.

Quale consiglio daresti ai genitori e agli insegnanti che desiderano leggere ai figli/e e agli allievi/e?

Fatelo! Cercate libri buoni, perché da vent’anni sappiamo per studi dedicati che i cattivi libri non è vero che al limite sono come mangiare la crusca (che passa senza lasciare traccia); i cattivi libri sono tossine, creano disamore per la lettura, sviliscono e compromettono una risorsa che invece può essere molto preziosa per crescere bene. Poi: non forzate mai la lettura, è come l’amore: se non è aria, lascia perdere. Seguite piuttosto tracce di curiosità, magari verso ambiti che interessano: un fumetto o un libro sullo sport vanno benissimo. Via le aspettative, dalla lettura, i resoconti sul post lettura, che possono diventare interrogatori. Leggete CON i bambini, non AI bambini: è un momento di condivisione, esperienza, affetto. Comprate libri buoni, magari rinunciate ad una felpa di marca, che dopo pochi mesi neppure gli starebbe più, a differenza dei buoni libri. E poi, chiedete agli esperti: abbiamo bravi librai, bravi bibliotecari, blog specifici che possono consigliarci. Evitiamo il fai da te: non faremmo curare nostro figlio a chi si forma navigando su Internet confondendo informazione con formazione: perché dovremmo farlo con la sua vita psicologica, cognitiva, emotiva e relazionale? I libri contribuiscono a formare la persona, ricordiamolo.

C’è qualcosa di particolare che vorresti dire alle tue lettrici e ai tuoi lettori?

Invitate gli autori, quando potete: oltre alla genesi dei progetti editoriali, tra testi e illustrazioni, conoscono i dietro le quinte dei loro libri, vi raccontano gli aneddoti, sono l’anello di congiunzione ideale tra il libro e chi lo legge, lo rendono ancor più vivo. Spesso quando mi invitano gli insegnanti mi dicono: “Vogliamo che i bambini vedano uno scrittore in carne ed ossa e capiscano che è un lavoro concreto, che anche loro possono diventare scrittori e pubblicare un giorno dei libri veri che si vendono nelle librerie”. Non di rado qualche bambino negli incontri mi ha detto “Ma allora sei una scrittrice viva?!”. Certo che sono viva: gioco a palle di neve, so fare anche il bucato, studio, scrivo. Scrivere per bambini è un allenamento all’immaginare soluzioni e smontare pregiudizi, è come aprire finestre e guardare oltre, respirando aria nuova, mentre si gioca tra le forme mutevoli delle nuvole e le orme indefinite del bosco.

Grazie e buoni libri buoni!

di Patrizia Ceccarelli

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