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#DAILEGGIAMOICLASSICI: Pinocchio

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Simboli e filosofia di un libro senza tempo.

Il 7 luglio 1881, nel primo numero de Il giornale dei bambini, Carlo Lorenzini, detto Collodi, pubblicò la prima puntata di un racconto intitolato Storia di un burattino. Nel 1883 le puntate furono raccolte in un volume intitolato Le avventure di Pinocchio e il libro divenne un classico della letteratura mondiale. Il successo del libro è dovuto al fatto che non si tratta di una storia pensata, ma di una storia ispirata. Non per niente gli aedi antichi, di cui il più famoso fu il cieco Omero, chiedevano alla Musa di cantare per loro i versi dei racconti immortali e riuscivano a esprimerli solo se la Musa li ispirava. Pinocchio nasce come una visione, un avvicendarsi di quadri quasi sognati, dipinti in uno stato di grazia.

Uno sparuto creatore, un Geppetto poverissimo e anziano, scolpisce in un pezzo di legno un burattino con il quale girare il mondo e buscarsi un tozzo di pane. La casa di Geppetto è una stanzuccia che prende luce da un sottoscala e, dentro al sogno, c’è un altro sogno: una pentola dipinta sul muro del focolare. Sembra bollire allegramente, colma di cibo, ma è la prima cocente illusione cui soggiace il burattino appena nato.

Nella stanza abita il Grillo-parlante. Ci vive da più di cent’anni ed è il primo degli innumerevoli animali della storia. Ne appaiono più di trenta, soccorrevoli o infidi, dotati di parola, di coscienza e di carattere, protagonisti come nei miti, nelle fiabe e nelle favole: oltre al Grillo, che ricompare ancora come ombra a metà racconto, come medico poi e come creatura risorta alla fine, sorgono dalle pagine, connotati dalla lettera maiuscola quando il nome comune diviene nome proprio, un pulcino, una Volpe, un Gatto, un Merlo bianco, alcuni uccellacci notturni, un Falco, un can barbone di nome Medoro, una pariglia di topini bianchi, un Corvo e una Civetta in funzione di dottori, quattro conigli neri necrofori, dei Picchi, un pappagallo, un Gorilla giudice di un tribunale ingiusto, cani mastini, un serpente gigantesco, quattro faine, una lucciola, un Colombo, un delfino, un Pesce-cane, un granchio, un cane mastino di nome Alidoro, una Lumaca, dei poveri disgraziati ciuchini, una marmottina, una capretta dal vello turchino, un tonno. Inoltre, la città chiamata Acchiappacitrulli è abitata solo da poveri animali, spogliati con l’inganno da altre avide bestie. Tanti animali perché sono creature vicinissime al mondo dell’infanzia. C’è infatti tra loro e i bambini un legame profondo che si mantiene nel tempo e vincola al mondo naturale e istintivo la psiche che, nell’adulto, è rimasta ancora bambina, ancora primitiva. In questo caso, il termine “primitiva” non è usato in modo spregiativo, non connota una situazione di rozzezza e ignoranza, ma descrive lo stato puro e luminoso dell’inizio, quando il mondo era tutto da scoprire e parlava con voci intelligibili. I bambini odono infatti la voce non solo delle persone, ma anche degli animali, delle piante, delle cose. Parlano con le bambole, con le sedie, con i sassi, con le nuvole, con i grilli e con le stelle e ascoltano le risposte che i grandi non sanno più dare.

Gli animali non sono solo carne, carne da cucinare, carne da divorare, ma anche e specialmente “funzioni interiori dell’essere umano” come afferma lo psicologo James Hillman nel saggio intitolato Presenze animali. Tuttavia, continua Hillman, una rappresentazione dell’animale come funzione o rappresentazione comporta la perdita di ciò che “è l’animale in quanto altro, la sua padronanza di se stesso come creatura autonoma, dotata di una propria natura”. Ebbene, gli animali di Pinocchio non appaiono solo come proiezioni psichiche del burattino, ma lo affiancano con la libertà di personaggi padroni della propria vita e del proprio intelletto. Appaiono così come dovrebbero essere anche nella realtà.

Appena nato, Pinocchio si ribella immediatamente al padre. Dimostra il desiderio di scoprire il mondo tipico di ogni bambino, il rifiuto di impegnarsi in attività strutturate, di studiare, in seguito di lavorare, in generale di adeguarsi a dei doveri che cozzano contro la sua natura. Il suo essere è di legno, non solo il corpo è formato da materia dura se pur formabile, ma anche il suo carattere risulta legnoso, cocciuto. Non è però Geppetto a correggerlo. Il vecchio si intenerisce, colma di carezze quel figlio ingrato, ne perdona gli errori, piange se soffre. Non è certo il padre severo e inflessibile che serviva da modello ai genitori ottocenteschi, l’uomo integerrimo che non esitava a usare la frusta e le busse, ma che evitava le espressioni di affetto. Già qui si intravede l’originalità di Collodi.

Pinocchio ha ereditato un cuore buono, compassionevole, dal suo creatore. Dato il carattere impulsivo e credulone, il burattino si fa trascinare in avventure pericolose, diventa vittima di truffe e di aggressioni, ma non precipita mai nel crimine perché è fondamentalmente onesto. Possiamo affermare che Pinocchio è Geppetto stesso, il bambino che è in lui, che non ha concluso l’infanzia, forse perché non ha potuto viverla del tutto. In un mondo oppresso dall’ingiustizia e dalla fame, essere davvero bambini è un’impresa. Prima di morire bisogna restituire al bambino interiore ciò che gli è stato sottratto, bisogna farlo rinascere e dargli un nuovo futuro.

Purché quel suo amato figliolo, quel suo bambino interiore che è anche altro da sé, non abbia a patire come lui fame e miseria, Geppetto s’ingegna a mandarlo a scuola e, nel pieno dell’inverno, vende la sua giacchetta per comprargli un abbecedario.

Quel gesto amoroso ha conseguenze contrarie all’intenzioni: porta Pinocchio sull’orlo della morte quando, dopo avere venduto il libro, si ritrova prigioniero del burattinaio Mangiafoco. Anche questa figura sfata l’analogia spesso sottesa tra aspetto fisico e sostanza morale. Mangiafoco è spaventoso, ha occhi di bragia e una barba lunga fino ai piedi, brandisce una frusta di code di volpe e di serpenti intrecciati, ma si commuove facilmente, è generoso, di animo dolce.

Il Gatto e la Volpe incarnano gli istinti predatori perché è nella loro natura ingannare e uccidere per sopravvivere. Per loro non c’è nessuna pietà, neppure alla fine della storia, quando il burattino li incontra disfatti, affamati, infelici. Rappresentano la parte peggiore di sé, quella da estirpare. Prima però è necessario riconoscerla. Il processo di crescita comporta proprio questo: fare i conti con gli istinti, guardarli in faccia, avvicinarsi allo specchio senza chiudere gli occhi. Nei bambini gli istinti sono potenti, a volte incontrollati. Non bastano la repressione e le regole sociali per liberarsene. Bisogna cadere dentro di loro e poi appellarsi a quel senso di giustizia che raramente manca nei piccoli.

Il Gatto e la Volpe sono due assassini. Si camuffano con sacchi neri per sottrarre gli zecchini d’oro al burattino. Lo appendono per il collo alla Quercia Grande, lo impiccano. Nella mitologia celtica, il dio Odino è impiccato per nove giorni e nove notti al frassino, l’albero del mondo, e accetta volontariamente il supplizio perché solo così può raggiungere la saggezza, l’illuminazione. Anche Pinocchio affronta il patibolo per trovare se stesso, per diventare un individuo completo.

Nelle intenzioni dello scrittore, il racconto doveva terminare così, con il decesso di Pinocchio che “chiuse gli occhi, aprì la bocca, stirò le gambe e, dato un grande scrollone, rimase lì come intirizzito”. Un finale agghiacciante, una perfetta descrizione della morte (sempre presente, mai edulcorata) se non ché i lettori della storia a puntate non ci stettero. Ci furono proteste e inviti a continuarla e Collodi fu costretto a cedere anche perché aveva bisogno di guadagnare.

E qui appare la bambina dai capelli turchini, la fata sorellina, anche lei circondata da animali come l’antica Potnia Teron, la dea Madre del Mediterraneo classico. Il colore turchino rimanda al cielo, all’infinito, a tutte quelle manifestazioni arcane cui i bambini sono sensibili. I colori sono presenti nel racconto spesso con valore simbolico: il nero è collegato al lutto, ma anche alla nigredo alchemica, una delle fasi della lavorazione dei metalli per realizzare la pietra filosofale. La storia di Pinocchio è la conseguenza di un’ispirazione, perciò, i collegamenti non sono intenzionali, ma scaturiscono da immagini antichissime già presenti nelle fiabe e nel mito. Proprio questa ricerca interiore, non volontaria, non meditata, ha reso il libro un classico. Esso, infatti, tocca corde profonde del nostro essere sollevando all’attenzione e all’intuizione temi universali.

La bambina dai capelli turchini appare per la prima volta come una morticina con le mani incrociate sul petto e gli occhi chiusi. Ha al suo servizio un cane cocchiere e un Falco messaggero. In seguito, soccorre il burattino, lo cura, lo ammonisce. Poi sembra morire di nuovo, stroncata dall’abbandono e dalle intemperanze di Pinocchio. Riappare prodigiosamente cresciuta, come portatrice d’acqua, nell’isola delle Api industriose. Ha al suo servizio una lumaca lenta secondo natura e abita una casetta alta e stretta come una torre. Suggestioni, sogni: il racconto si svolge nella zona liminare fra mondo onirico e mondo reale. La sorellina diviene mamma e infine, con una metamorfosi incantevole, si trasforma in capretta con il vello azzurro che tenta invano di salvare Pinocchio dal Pesce-cane. Come un novello Giona, il burattino è inghiottito dal terribile leviatano nella cui gola potrebbe entrare un treno intero con tanto di locomotiva. Il passaggio terrificante dal mondo acquatico al mondo infero del ventre animalesco fa ritrovare a Pinocchio il suo papà, anche lui risucchiato dal pesce.  

La metamorfosi è un altro dei temi che l’autore tratta in modo inconsapevole, ispirato: la fata non cresce, ma si trasforma da bambina in adulta. Pinocchio non può crescere se non quando sarà trasformato in bambino, ma deve subire una mutazione in asino per comprendere i propri errori. La fata si trasforma in capra. Il Gatto e la Volpe sviluppano caratteristiche antropomorfe. Il pescatore verde acquista la natura dei pesci di cui si nutre.

Se il Gatto e la Volpe rappresentano gli istinti animaleschi, non sono però da equipararsi al male assoluto. In Pinocchio esso si incarna nella figura oscena dell’omino di burro, il conduttore del carro che trasporta i bambini nel Paese dei Balocchi: “figuratevi un omino più largo che lungo, tenero e untuoso come una palla di burro, con un visino di melarosa, una bocchina che rideva sempre, e una voce sottile e carezzevole come quella d’un gatto che si raccomanda al buon cuore della padrona di casa”.  La voce è quella della tentazione, delle false promesse e l’omino è quanto di più ributtante e pericoloso appaia nel racconto. Il suo aspetto tenero e untuoso cela l’inganno del maligno. Il demonio non è brutto, ma viscido; non è cattivo, ma crudele. La sua caratteristica è la finzione: finge di amare i bambini, finge di dare un bacio al ciuchino ribelle e, di nascosto, gli stacca l’orecchio con un morso. “Omino, visino, bocchina”, Collodi inanella tre diminutivi in tre righe di descrizione. E la descrizione è una delle più dettagliate di tutta la storia perché è necessario che i bambini sappiano riconoscere il nemico nei suoi travestimenti. Ciò che sembra “carino” non è di conseguenza buono.

Pinocchio è trascinato nell’ultima avventurosa disgrazia da un amico, Lucignolo. Egli non si chiama così, ma il soprannome è dovuto “al suo personalino asciutto, secco e allampanato, tale e quale come il lucignolo nuovo di un lumino da notte”.  Il lucignolo è fatto di cotone, ha vita breve perché si brucia in fretta. La stessa sorte tocca al bambino trasformato in asino che muore assistito da Pinocchio nei suoi ultimi istanti. Il burattino si fa degli amici, ma li cerca fra i monelli, fra quelli che gli assomigliano e che, invece di spingerlo a migliorare, confermano la validità del suo comportamento.

Pinocchio si salva a caro prezzo, dopo aver lavorato in modo umiliante, sotto forma di ciuco, sulla pista di un circo. 

Se da un lato Collodi sembra avvalorare la tesi dell’asino come animale testardo e ignorante, dall’altro dimostra una certa simpatia per questo animale così utile e bistrattato nell’epoca in cui scriveva. La metamorfosi in asino, infatti, non rappresenta solo la punizione per chi non ha voglia di studiare, ma anche un passaggio necessario per mezzo di una forma setolosa, quadrupede, mite e triste, verso la costruzione di una personalità completa e definitiva. Come ne L’asino d’oro di Apuleio, il ciuchino Pinocchio riceve busse e derisione per pervenire a una maggior consapevolezza di sé. Del resto, la crescita è un continuo trasformarsi del corpo cui deve corrispondere una continua trasformazione dello spirito. Un burattino non può crescere, nel Paese dei Balocchi non si può crescere, ma si rimane bloccati in un’infanzia eterna. Un’infanzia che, lungi da essere lo stato di grazia della prima età della vita, è un ridicolo, pericoloso attardarsi nell’immaturità, un tentativo di fermare il tempo in cui si è immersi per non affrontare il futuro: la responsabilità dell’età adulta, la decadenza della vecchiaia, la morte.

Il libro di Pinocchio è quindi il racconto della crescita di un bambino insieme alla crescita del mondo in cui vive: un mondo con il quale è strettamente collegato, con il quale è una cosa sola. Poiché è indubbio che, ai nostri giorni, abbiamo perso il collegamento con il mondo e con le immagini antichissime del mito e delle fiabe, poiché ci attardiamo nella soddisfazione di bisogni indotti e nell’egoismo che blocca la nostra crescita, rileggere Pinocchio e leggerlo ai bambini diviene un’azione indispensabile per ritrovare il legame con il tutto e per riaggregare le parti sciolte della nostra personalità. C’è la letteratura per rilassare, quella per riflettere e quella che ci ispira: Pinocchio può assumere tutte e tre insieme queste funzioni. Per questa ragione, credo, sia un libro imprescindibile, immortale.

a cura di Paola Valente


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