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#DAILEGGIAMOICLASSICI: Il mago di Oz

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Un’Odissea magica nel mondo quadrato di Oz.

La piccola Dorothy è un’orfana accolta in casa dagli zii. Abita con loro nella grande pianura del Kansas, laddove tutto è grigio. La terra arrostita dal sole è una massa grigia percorsa da spaccature, l’erba è grigia, la casa è minuscola, smorta, le sue pareti dilavate dalla pioggia e cotte dai raggi cocenti sono grigie come tutto il resto. E grigi sono gli zii, una coppia ormai anziana e stanca a cui il duro lavoro ha tolto il rosso dalle guance e la capacità di sorridere.

La bambina però non ha perduto la capacità di essere allegra. Ha il suo cagnolino, Toto, che le fa compagnia e la diverte. Non ha perduto la capacità di sognare, di figurarsi, in tutto quel grigiore, un mondo coloratissimo e ameno.

Un giorno la casa è investita da un tornado. Gli zii si inabissano nel rifugio sotterraneo per salvarsi. Entrano nel mondo ancora più oscuro del sottosuolo. Come coloro che oramai “mantengono i piedi per terra”, hanno perso la funzione immaginativa dell’infanzia, la temono. Dorothy invece, rimasta dentro la casetta, vola via con il suo cane. Il vento la trasporta chissà dove, ma lei non si preoccupa. Si addormenta e, al risveglio, si ritrova in una terra sconosciuta. Al pari di Odisseo, la bambina intraprende un nostos, un viaggio periglioso per tornare a casa.  Anche se la prateria del Kansas è grigia e parimenti sono grigi e tristi gli zii, la casa è sempre il luogo del cuore, il posto dove si desidera sempre tornare.

“Nostos” è un termine greco che, unito ad –algia ovvero al rimpianto di ciò che si è lasciato lontano, forma la parola nostalgia. Non si tratta solo di ritrovare la casa, ma anche di riabbracciare le persone care, di scoprire quanto sono preziosi gli affetti di cui non si sapeva il valore finché non si sono perduti.

Dorothy atterra in un mondo quadrato in cui bene e male sono in equilibro: a Est e a Ovest gli abitanti sono dominati da due streghe malvagie, a Nord e a Sud sono governati da due streghe buone e gentili. L’equilibrio viene subito spezzato dall’arrivo della bambina perché la casa, atterrando, schiaccia la strega dell’Est. La megera le fa involontariamente un dono, un paio di scarpe d’argento che le permetterebbero di ritrovare la strada di casa se solo Dorothy conoscesse il loro potere. Per scoprirlo, la bambina deve viaggiare attraverso il mondo quadrato che confina con immensi deserti.  A differenza del Kansas, qui i colori risplendono: blu, rosso, verde, giallo, bianco, argento, oro: un caleidoscopio di tinte che caratterizza paesaggi e abitanti. è il paese dell’immaginazione e dell’infanzia, quello dove tutto è possibile, basta possedere una mente aperta e un cuore puro.

Il mondo quadrato è caratterizzato da una singolarità, al suo centro sta una città di smeraldo dove abita un personaggio potentissimo, il mago di Oz. Solo lui può aiutare Dorothy a ritornare, così le dicono i Munchkin, gli schiavi della strega liberati dalla caduta della casa. In realtà, il mago non è altro che un impostore, un ventriloquo, anche lui capitato volando per caso su una mongolfiera, anche lui oppresso dalla nostalgia. Per raggiungere la città di smeraldo il cammino è periglioso e alla bambina sono assegnati, oltre al fedele Toto, tre improbabili, poetici compagni di viaggio: uno spaventapasseri che desidera un cervello, un uomo di latta che vorrebbe un cuore, un leone senza coraggio. Durante il cammino, i tre strani esseri dimostrano di possedere ciò che affermano manchi loro. Lo spaventapasseri sa riflettere e trovare soluzioni ai problemi; l’uomo di latta si intenerisce facilmente e piange quando, per sbaglio, schiaccia uno scarafaggio; il leone protegge Dorothy e i suoi amici nelle avventure che devono affrontare. Essi rappresentano la metafora della ricerca di sé, obbediscono al motto “conosci te stesso”. Basta un piccolo placebo per renderli consapevoli: un cervello di crusca e di spilli per lo spaventapasseri, un cuore di stoffa per l’uomo di latta, una bevanda per il leone.

Se, a differenza di Odisseo, Dorothy non è costretta a viaggiare per mare, ma percorre sentieri fra boschi e colline, molte sono le analogie fra il suo cammino e quello dell’eroe greco. Come il viaggio di quest’ultimo non può essere rilevato sulle mappe della terra reale, così quello della bambina e dei suoi amici si svolge in un territorio immaginario, simbolico. Alcuni episodi dei due racconti si assomigliano: il campo di papaveri velenosi che stordiscono il leone fino a farlo quasi morire ricorda l’isola dei mangiatori di loto dove i compagni di Odisseo rischiano di rimanere per sempre, avvolti da una ebetudine perniciosa; le trasformazioni del mago di Oz sono paragonabili a quelle di Proteo nel quarto libro dell’Odissea. 

Dorothy però è un elemento femminile che niente ha a che fare con guerre e maledizioni. Il suo viaggio è un percorso difficile, ma non troppo periglioso. Nell’introduzione, infatti l’autore Lyman Frank Baum avvisa i lettori: “la storia del Meraviglioso Mago di Oz fu scritta solo per allietare i bambini di oggi. Essa vuol essere un racconto di fiabe moderne, in cui siano mantenute gioia e meraviglia, mentre il dolore dell’anima e gli incubi non ci sono più”.

Un tripudio di colori, di personaggi e di animali si avvicenda durante il cammino dei quattro amici. Le vicissitudini non vogliono suscitare angoscia, ma stupore e curiosità. Le isole di Odisseo si trasformano in paesi strani nei quali vivono fragili creature di porcellana, scimmie con le ali, ospiti soccorrevoli, alberi guerrieri, uomini–martello: personaggi singolari che ricordano i mostri del medioevo, gli abitanti dei luoghi sconosciuti segnati sulle mappe dalla dicitura “ic sunt leones”, è il trionfo dell’immaginazione sul grigiore, della fantasia su quella realtà cui comunque si ritorna per ritrovare la propria casa, i propri cari.  Lo scopo del racconto è raggiunto così come desiderava l’autore: riprendere gli antichissimi motivi della fiaba e del mito per mitigarli e per illuminarli con l’ingenuità e la grazia dell’infanzia.

Il mago di Oz è un adulto rimasto bambino, precipitato dal cielo in un mondo da cui non riesce a separarsi perché non ha acquistato la maturità necessaria per crescere. Lo spaventapasseri, il leone e l’uomo di latta invece appartengono di diritto a quel mondo e là rimangono, dopo aver conseguito ciò che desideravano, felici custodi di un universo quadrato dal quale il male è espunto per sempre. è bastata infatti una secchiata d’acqua lanciata da Dorothy contro la strega dell’Ovest per ucciderla senza che la bambina volesse farlo davvero. La violenza è infatti esercitata nella storia solo nei limiti di una necessaria difesa ed è così marginale da non costituire un motivo di vera paura. Si tratta, ancora una volta, di un effetto placebo, di un motivo ormai annacquato, privato del vero spavento, del vero orrore. Così i “bambini moderni”, nelle intenzioni dell’autore, possono meravigliarsi senza terrore, senza incubi. Ritornano a casa insieme a Dorothy, ritrovano la pianura sterminata del Kansas, gli zii felici di rivedere la nipote, mentre le prodigiose scarpe d’argento si sono dissolte nel volo sopra al deserto, sono tornate nel meraviglioso mondo cui appartengono e dal quale non possono allontanarsi.

a cura di Paola Valente


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